Angelo Alberti

Lo psichiatra Angelo Alberti (1879-1944), veronese laureatosi a Padova nel 1902, si specializzò tra Padova, Ferrara e Pesaro; già primario nel manicomio di Pesaro, nel 1907 ne diventò il direttore nel 1910 e fino al 1923, dimostrando da subito grandi attitudini nell’organizzazione delle strutture a lui affidate e nella cura dei pazienti.

Fu poi fu direttore ad interim dell’Ospedale psichiatrico di Pergine-Trento e di quello di Padova; da ultimo diresse l’Ospedale di Genova-Quarto dove fondò (1929) la rivista “Neuropsichiatria. Annali dell’Ospedale psichiatrico della provincia di Genova”. Durante l’interim di Pergine, Alberti si trovò tra le mani il caso spinoso di Ida Dalser, l’ex compagna trentina che Mussolini (dal loro rapporto era nato anche un figlio, lo sfortunato Benittino, vittima del burrascoso legame tra i due) aveva fatto internare in quel manicomio, per liberarsi non solo di un amore finito, quanto di una testimone pericolosa dei maneggi economici da cui era nato il “Popolo d’Italia”.

Alberti fu responsabile del reparto specializzato di Psichiatria dell’ospedale n. 234 di San Giorgio di Nogaro, che iniziò a operare come tale dalla metà di dicembre 1915.

Il servizio psichiatrico sangiorgino svolse dunque un’attività particolarmente intensa, trattando nel corso del 1916 ben 1.460 casi; la situazione diventò via via esplosiva nel 1917, in quanto è lo stesso Alberti ad attestare che le strutture di San Giorgio di Nogaro convogliavano tra 160/190 malati al mese, praticamente 6 al giorno. Al punto che i posti-letto delle sezioni neuro-psichiatriche di San Giorgio non bastarono più a contenere i traumatizzati in preda agli shock da bombardamento provocati dal «vento degli obici». Scriveva lo stesso Alberti:

Il movimento dei malati cresceva in proporzioni geometriche e subiva oscillazioni violente in rapporto alle operazioni guerresche. Si comprende come il lavoro avesse un ritmo di straordinaria rapidità che contrastava con le aspirazioni e le necessità scientifiche in rapporto a problemi di cui si intravedeva tutto l’interesse senza poterne sviscerare la sostanza.

Paradossalmente, proprio a causa dei numerosi e improvvisi impazzimenti dei soldati, la psichiatria, ancora allo stato nascente, fu costretta a uscire dai consueti parametri diagnostici e terapeutici, a prendere atto che la follia non poteva più essere trattata in termini positivistico-lombrosiani e che traumi, orrore e disperazione potevano rendere alienate persone prima sane. Ne fu particolarmente consapevole il maggiore medico di Sanità militare e consulente psichiatrico della III armata Angelo Alberti:

La guerra deve essere considerata dagli studiosi come un prodigioso esperimento di psicofisiologia. Degli uomini, in numero straordinariamente grande, in condizione di media salute buona, vennero tolti dalle loro consuete abitudini […] si avviarono alle frontiere e lì vennero sottoposti ad una serie di vulnerazioni morali e fisiche di tale portata delle quali non vi è esempio nell’ordine normale delle cose.

A San Giorgio di Nogaro, Alberti (restò consulente psichiatrico per tutta la III armata fino a gennaio 1918), coadiuvato da medici specialisti in particolare Ugo Lombardi e Vincenzo Pantò, tentò di impostare un approccio rispettoso e attento nei confronti della sofferenza mentale dei soldati, naufraghi di guerra (approccio che peraltro aveva già attuato con buoni risultati nell’ospedale “San Benedetto” di Pesaro), formando anche sul campo un nucleo scelto d’infermieri con specifiche competenze manicomiali. Alberti introdusse anche la pratica di trattenere anche dopo la guarigione alcuni soldati colpiti da «mutismo da shock», affinché servendo da esempio e da sostegno, potessero aiutare i propri compagni lungo il percorso di guarigione.

Nel lessico specialistico del tempo, le diagnosi praticate nelle cliniche universitarie sangiorgine attenevano ad alcune casistiche relativamente semplici e limitate, che venivano affrontate con le pratiche terapeutiche consuete, ma anche con interventi sperimentali, come mostra la seguente relazioni di sintesi del lavoro svolto dal servizio neuropsichiatrico della III armata:

Dal punto di vista della terapia: ottimo il sistema di tener sempre a letto i malati, sia come efficacia sedativa, sia come mezzo per tener maggiormente in ordine il reparto e sott’occhio per una più vigile osservazione il paziente. A seconda dei casi poi: bagni caldi prolungati anche per molte ore (quando è possibile farlo come a San Giorgio) per le forme agitate e che hanno sempre corrisposto molto bene; uso di nervini, bromici, ipnotici, ecc. Assai di frequente, nei casi di sitofobia persistente, come negli ebefrenici, lipemaniaci, si è dovuto ricorrere all’alimentazione artificiale, con la sonda esofagea, e di solito per via nasale, senza avere alcun spiacevole incidente. Limitato, e sempre in seguito ad ordine medico, l’uso dei mezzi di contenzione. Nei casi di mutismo da schoch […] (in complesso oltre 200) si è avuta una percentuale assai soddisfacente di guarigioni, oltre il 90%, sia con l’eterizzazione, sia con la suggestione psicoterapeutica, ma in modo più costante con l’applicazione di correnti faradiche improvvise e gradualmente crescenti d’intensità ai lati del collo.

Il conflitto segnò un progressivo aggravamento delle sintomatologie psichiche, con sindromi stuporose, amnesie, totale spaesamento. Ancora Angelo Alberti:

Descrivere costoro non è facile, tali infermi pur diversi per fisionomia si assomigliano in modo sorprendente tra di loro: ed hanno caratteristiche esteriori così spiccate che se ne faceva la diagnosi al solo vederli sbarcare dalla autoambulanza. Camminavano automaticamente, come trasognati, erano docilissimi, si facevano condurre in corsia senza mostrare di avvedersi di quanto accadeva. La sintomatologia clinica era quella dello stupore […]. Non si riconoscono questi malati dai ritratti (fotografie) che portano addosso. Quando si svegliano dal loro sonno, hanno amnesia completa.

Di fronte a questi scenari umani e pur nei limiti imposti dallo status militare, l’atteggiamento di Alberti diventò via via sempre più pensoso, dubitativo e incline alla pietas, (l’accumulo di tensioni intollerabili poteva creare anche nei soldati normali uno stato di difesa psichica in cui si «vede, si vive, si agisce, ma non si sente più») estremamente diverso da quello assunto da altri psichiatri militari.

La riflessione degli psichiatri, anche a causa degli evidenti e problematici risvolti di natura giuridica pratica (le pensioni di invalidità anche per le infermità psichiatriche) si articolò con circospezione, cautele e reticenze intorno agli effetti patogeni della guerra sugli equilibri nervosi e psichici dei combattenti. Difficoltà che Alberti ammise apertamente a guerra ormai conclusa:

Noi, almeno in un primo tempo non osavamo neppure mettere nella cartella clinica la dicitura «la malattia è dipendente da causa di servizio», e neppure quella assai più timida e circospetta «la malattia si presume aggravata dai disagi della guerra». In realtà, vedevamo dei quadri psichici, del tutto nuovi o quasi; fuori per chi aveva avuto la vicenda di assistere qualche superstite da formidabili cataclismi (terremoti, cicloni, ecc.); quadri psichici insidiati dal presupposto inevitabile della simulazione. A rendere ancora più difficile il nostro compito di rapidi giudici, si aggiungeva la dottrina che si andava costruendo in proposito, varia e contraddicente come tutte le dottrine nuove, basata su esperienze limitate, su controlli incompleti, tendente ad estendere come fatto generale quello che poteva essere caratteristica fisico-clinica peculiare di uno o di pochi casi. In tanto frangente, una parte dei malati, i più lievi, venivano, appena guariti di quello che si poteva chiamare l’accesso emotivo, rimandati in linea, e perduti del tutto di vista.

Sulla genesi e sulla natura del fenomeno delle ferite della mente esploso in modo generalizzato in rapporto alla guerra, gli psichiatri militari italiani declinarono approcci e interpretazioni differenti, talvolta antitetiche come quelle esemplificate rispettivamente da Cesare Agostini e lo stesso Angelo Alberti:

Se l’emozione acuta non provoca che un ben limitato numero di casi di disturbi neuropsichici – scrive […] Cesare Agostini, dal maggio 1917 consulente-psichiatra presso la seconda armata – lo dobbiamo al fatto che accanto alle condizioni determinanti una ipersensibilizzazione della psiche, ve ne sono altre di ringagliardimento delle energie psichiche, quanto l’entusiasmo per la guerra di redenzione, la emulazione di gesta eroiche e la soddisfazione di affrontare i pericoli, il sentimento della difesa dei deboli, degli oppressi e dei diritti calpestati, delle leggi sociali ed umanitarie vilipese e distrutte, sempre altamente vibrante nell’anima latina.

 […]Diverso e più consono alle circostanze reali è il parere espresso da Angelo Alberti che fa dipendere l’adattamento dei combattenti ai pericoli della guerra dal raggiungimento di uno «stato di difesa psichica», per cui si veniva a stabilire un limite invalicabile nella scala delle emozioni terrifiche: «Pare che, raggiunto il limite della saturazione emotiva, nella maggior parte dei combattenti si sviluppi questa prodigiosa difesa che la personalità umana fa a se stessa»

Struttura di provenienza
Università Manicomio di Pesaro
Ruolo Direttore
Ruolo in Castrense
Inizio periodo 14 febbraio 1916
Fine periodo 31 marzo 1917
Anno di insegnamento I anno - Corsi accelerati di medicina e chirurgia in zona di guerraII anno - Università Castrense - sezione staccata dell'Università di Padova
Disciplina di insegnamento Clinica delle malattie nervose e mentali
Ruolo Aiuto e titolare lezioni di Semeiotica con prof. Rossi
Organo di appartenenza Stato Maggiore
Grado militare Maggiore medico